È una mattinata grigia di fine febbraio, e nella città di Bialowieza, un piccolo insediamento nel nordest della Polonia al confine con la Bielorussia, il silenzio vige sovrano. Un sottile strato di neve fresca ricopre i tetti delle case e i marciapiedi, mentre la strada principale è a stento segnata dal passaggio delle macchine. È difficile immaginare che qui, fino a poche settimane prima, non era inusuale assistere a massicci cortei di protesta con tanto di berline nere dei rappresentanti del governo scortate dalla polizia. 

A scatenare le manifestazioni era stata la scelta da parte del ministro dell’ambiente di intraprendere, nell’anno e mezzo precedente, una serie di operazioni di deforestazione su larga scala all’interno dell’omonima foresta - un'antica foresta vergine che rappresenta tutto ciò che resta dell'immensa foresta che migliaia di anni fa si estendeva su tutta l'Europa e che appartiene alla lista dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO sin dai primi anni Settanta. 

La disputa, oltre a causare spaccature all’interno della comunità locale, ha compromesso definitivamente anche le relazioni tra il governo nazionalista polacco e l’Unione Europea – che da anni si scontrano su varie questioni - sfociando in una disputa legale tutt’ora in corso. Come estrema ratio, il primo ministro polacco aveva optato, lo scorso gennaio, per un rimpasto di governo, nella speranza di arrivare ad un accordo. Ma la scorsa settimana la Corte europea di giustizia ha emesso un parere definitivo secondo cui la Polonia ha infranto le regole comunitarie permettendo l’abbattimento di alberi indiscriminato. Ora il governo, che ha già fatto sapere che rispetterà la decisione, attende di sapere l’entità della sanzione, che, secondo le prime stime, potrebbe non essere inferiore a 4 milioni di euro. 

Gli attivisti e chiunque si era opposto all’abbattimento degli alberi hanno accolto la notizia con soddisfazione, vedendola come parziale riconoscimento delle loro battaglie. Ad ogni modo, gran parte di loro non si fa illusioni: anche se le operazioni di abbattimento sono state sospese definitivamente, la foresta è ancora in pericolo. 

EMBLEMA NAZIONALE  

“Di questo governo non ci si può fidare”, dice Adam Bodhan, un biologo della fondazione WildPoland, mentre mi accompagna in un tour di alcune aree vittime del disboscamento. “La preoccupazione principale è che quello che è accaduto possa succedere ancora in futuro se non verranno prese alcune misure a protezione della foresta”, aggiunge. 

  

A differenza della parte bielorussa della foresta, che è interamente catalogata patrimonio UNESCO, il lato polacco è suddiviso in un parco naturale - dove l’abbattimento di alberi è vietato - e una foresta commerciale gestita dal dipartimento forestale nazionale, una potente reliquia del periodo comunista che gestisce l’intero mercato nazionale del legname.  

“A loro non interessa nulla degli alberi o della biodiversità”, afferma Bodhan. “A loro interessa solo il denaro, e questa foresta è piena di legno pregiato”, aggiunge. 

Attualmente il parco nazionale rappresenta solo il 17 percento della foresta, lasciando il rimanente vulnerabile. I confini tra le due sezioni, inoltre, non sono sempre chiari e spesso e volentieri i forestali legalmente incaricati di abbattere alcuni alberi per uso commerciale si spingono più in la di quanto dovrebbero.  

Come se non bastasse, poche settimane fa il dipartimento forestale ha annunciato che due delle tre unità amministrative che hanno diritto ad una quota di legname dalla foresta hanno già terminato la quantità assegnatagli sino al 2021 e stanno pensando di chiedere una deroga. L’annuncio ha risvegliato le paure degli oppositori, in quanto la crisi recente era scaturita dalla stessa dinamica. 

“La soluzione migliore per evitare che ciò accada ancora in futuro è la più semplice e, al tempo stesso, quella con la più lunga storia di opposizione politica: ampliare il parco nazionale,” afferma Eunice Blavascunas, un’antropologa culturale del Whitman College di Walla Walla, Washington, che studia la questione da oltre 15 anni. 

Anche se rappresenta una piccolissima porzione delle foreste presenti in Polonia, quella di Bialowieza non è una foresta qualunque. “È un luogo pieno di simbolismo, che occupa un posto quasi mistico all’interno della coscienza nazionale”, dice Bogdan Jarosewicz, il direttore della stazione geobotanica di Bialowieza. “È un emblema nazionale, ed è improbabile che un governo il cui mantra è quello dell’identità nazionale lasci perdere la questione esclusivamente su basi razionali”. 

  

Ma gli ostacoli principali da superare sono l’opposizione locale e l’opinione dei forestali, aggiunge Jarosewicz. “Molte persone qui hanno lavorato per come forestali per generazioni or hanno familiari che sono legati al dipartimento in qualche modo, e sono fermamente convinti di che non c’è alcun male nello sfruttare la foresta come hanno fatto nei decenni precedenti”, afferma. 

SCONTRO DI FILOSOFIE  

Attraversando le strette strade che percorrono in lungo e in largo la foresta è facile rendersi conto di quanto sia viscerale il legame della popolazione locale con essa. Ogni casa sfoggia la propria catasta di legna, mentre l’odore di fumo di legna è una costante anche nei villaggi più remoti. 

Parlare con le persone è ancora più illuminante. Elżbieta Laprus, presidente del consiglio cittadino di Bialowieza, è schietta: “La Polonia ha il diritto di usare le proprie risorse come meglio crede, senza che sia qualche burocrate strapagato di Bruxelles a dirglielo”. Anche Bogdan Brzeziecki, un esperto forestale dell’Università di Scienze della Vita di Varsavia, afferma che si dovrebbe arrivare a un modello misto capace di garantire zone protette ma anche altre dalle quali le comunità locali possano attingere legname. “Avremmo bisogno di un modello simile per tutte le foreste polacche”, conclude.  

Finora, tutti i tentativi di allargamento del parco nazionale non hanno avuto successo, e potrebbero non averlo mai, in quanto la disputa è in fin dei conti uno scontro di filosofie tra chi crede che l’uomo abbia il diritto di intervenire nei processi naturali e chi invece è convinto che la natura è tale solo se lasciata a sé stessa.  

Un studio recente ha dimostrato come il fallimento dei tentavi passati sia da imputare perlopiù alla mancanza di informazioni chiare e alla trasparenza nel processo decisionale. “Le future iniziative dovranno essere sviluppate in concomitanza con la comunità locale e accompagnate da una chiara campagna informativa,” dice Grzegorz Mikusinski, professore all’Università svedese di scienze agricole e uno degli autori dello studio. 

Secondo Blavascunas, però, una strada percorribile esiste: “Il governo potrebbe acquistare terreni abbandonati agricoli ai margini della foresta e riconvertirli in aree dove l’abbattimento è consentito”, afferma la studiosa. “Questo processo potrebbe preservare i posti di lavoro attenuare le tensioni sociali, da un lato, e garantire alla foresta un futuro senza sorprese, dall’altro”, aggiunge, “ma ci vuole volontà politica perché ciò accada, e non sono sicura che in questo momento la Polonia ne abbia”. (M. Rossi - La St.)