«La Nuova Zelanda non concederà nuovi permessi per l’esplorazione offshore di petrolio e gas», lo ha annunciato oggi la premier laburista Jacinda Ardern, cogliendo di sorpresa l’industria degli idrocarburi che ha subito detto chde si tratta di una decisione che «spingerà gli investimenti all’estero».

Il governo di centro-sinistra guidato dal Labuor Party ha sottolineato che la decisione non riguarderà i 22 permessi esplorativi già concessi dalla Nuova Zelanda e che se verranno scoperti giacimenti di petrolio e gas potrebbero ancora ottenere permessi di estrazione fino a 40 anni.

Negli anni scorsi, multinazionali come Shell, Chevron, Petrobras e Statoil avevano richiesto permessi di ricerca per idrocarburi nell’offshore neozelandese. Richieste ben accolte dal precedente governo conservatore nazionalista ma che hanno incontrato una forte resistenza da parte dei cittadini, delle comunità indigene e delle associazioni ambientaliste. Greenpeace ricorda che «Negli ultimi 7 anni, centinaia di migliaia di persone hanno marciato, inviato petizioni e partecipato ad azioni di protesta per fermare le esplorazioni petrolifere. Che le cose stessero per cambiare lo si è capito quando, il mese scorso, la nuova Premier Jacinda Ardern ha accettato di ricevere personalmente la consegna delle 50 mila firme raccolte da Greenpeace contro le trivelle in Nuova Zelanda. Resta da vedere se i cittadini permetteranno alle compagnie di sfruttare le concessioni già assegnate: il bando riguarda infatti solo lo stop a nuove concessioni».

La Ardern ha riportato i laburisti al governo anche grazie a una coraggiosa campagna elettorale contro i cambiamenti climatici e ha risposto ai petrolieri che la decisione è equilibrata e da certezza alle imprese e alle comunità. Intervenendo durante un incontro con gli a studenti universitari nella capitale Wellington. la premier laburista ha ricordato loro: «Siamo stati un leader mondiale su scelte essenziali per l’umanità essendo nuclear free… e ora potremmo essere leader mondiali nel diventare a emissioni zero”, ha detto a studenti universitari nella capitale del paese, Wellington.

Va anche detto che negli ultimi anni l’interesse per le esplorazioni petrolifere in Nuova Zelanda è diminuito a causa del calo dei prezzi globali del petrolio e che nel 2017 è stato rilasciato un solo permesso  rispetto ai 10 del 2014. Tuttavia, i leader del business – tutti sostenitori del precedente governo conservatore – dicono di essere rimasti scioccati dalla decisione e che il governo rischia di mettere in pericolo l’industria deghli idrocarburi che vale 2,5 miliardi di dollari neozelandesi (1,8 miliardi di dollari).

Il portavoce per l’energia e le risorse dell’opposizione nazionalista, Jonathan Young, ha detto che «La decisione aumenterà semplicemente la produzione in altre parti del mondo», mentre Neil Holdom, sindaco della città principale della regione di Taranaki ricca di energia, ha definito  quello del governo «Un calcio nel fegato». Una delle principali compagnie energetiche del Paese, la New Zealand Oil & Gas, ha dichiarato di non essere stata avvertita: «Prendiamo atto che l’annuncio è un improvviso cambiamento di politica, che non siamo stati consultati e che sembra in conflitto con le promesse pre-elettorali del governo». La compagnia,  le cui azioni negli ultimi 6 mesi sono scese al minimo,  ha detto che la decisione non avrebbe comunque un impatto materiale immediato sulla sua posizione finanziaria, ma ha annunciato che investirà in attività di esplorazione e produzione di petrolio in altri Paesi.

L’industria petrolifera e del gas rappresenta solo l’1,4% circa dell’economia della Nuova Zelanda, ma i suoi durissimi attacchi alla decisione del Labour – che ha un accordo di sostegno con il Green Party – la dice lunga su quanto la classe imprenditoriale si consideri all’opposizione dell’attuale governo e di quanto rimpianga il decennio di governo nazionalista e le sue politiche liberiste.

La Ardern  ha ribadito che le licenze concesse non verranno toccate ma ha anche detto che non tornerà indietro dalla decisione di «Fissare le nostre aspettative per il futuro».

Dalla sua parte si schiera Greenpeace che parla di «Una vittoria storica per la protezione dei mari e del clima che arriva dopo sette anni di crescente opposizione dell’opinione pubblica. Dopo Belize, Costa Rica e Francia, la Nuova Zelanda è il quarto Paese a muoversi in tal senso. Vietando le prospezioni per gas e petrolio, la coalizione di governo da poco eletta in Nuova Zelanda ha messo efficacemente al riparo dai rischi di nuove esplorazioni quella che è per estensione la quarta Zona economica Esclusiva (Zee) del Pianeta, con una superficie di oltre 4 milioni di Km2 di mare».

Anche secondo Russel Norman, direttore esecutivo di Greenpeace New Zealand, «La Nuova Zelanda ha preso una decisione storica per la tutela del clima, spronata da quelle decine di migliaia di persone che per anni si sono battute per proteggere le nostre coste da nuove esplorazioni alla ricerca di petrolio e gas. E’ un messaggio forte e chiaro: stiamo per metter fine all’età del petrolio».

Greenpeace Italia evidenzia che «Al contrario, in Italia sembra si prospetti un nuovo assalto alle coste e ai mari. Migliaia di chilometri quadrati del nostro territorio marittimo, soprattutto in Adriatico, sono oggetto di concessione per prospezioni con airgun (che generano onde sismiche tramite esplosioni allo scopo di mappare il fondale marino). In alcune aree sono previsti fino a tre passaggi. Sono aree in cui è nota la presenza – o la prossimità – di aree ad elevata biodiversità, ovvero di notevole importanza per la riproduzione di specie ittiche di grande importanza commerciale».

Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia, aggiunge: «In Italia, come in Nuova Zelanda, mettere a rischio le risorse del mare, già minacciate da inquinamento e pesca distruttiva, per aumentare la dipendenza dagli idrocarburi, è una follia. In Nuova Zelanda se ne sono accorti. In Italia, il governo ha invece predisposto una Strategia energetica nazionale vaghissima sulle rinnovabili, ma concretamente indirizzata alla promozione del gas».

Greenpeace conclude: «La coraggiosa decisione del governo della Nuova Zelanda mostra che ci sono altre vie per affrontare una rapida transizione verso la decarbonizzazione delle nostre società: una transizione equa, giusta, che produca occupazione e sviluppo. I numerosi scenari pubblicati da Greenpeace e molte altre associazioni e istituzioni dicono chiaramente che restare vincolati alle economie “fossili” è un freno allo sviluppo e all’occupazione, oltre che un terribile errore che espone tutti a pericoli gravissimi, ormai sempre più evidenti».(Gr. Rep.)

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