Quando gli ingegneri che poi hanno creato Remete, start up ospitata nell’incubatore I3P del Politecnico di Torino, si sono messi a osservare i processi per produrre gli apparecchi elettronici e per gestirli quando diventavano rifiuto, i risultati non sono stati esaltanti. In questi dispositivi finisce il 30% dei metalli preziosi estratti ogni anno nel mondo, che in gran parte però, nonostante il loro altissimo valore, di solito non vengono recuperati. Quando avviene, il processo utilizzato ha un alto impatto ambientale.  

«Ogni anno si producono nel mondo dai 20 ai 50 milioni di tonnellate di rifiuti hi-tech che contengono 320 tonnellate d’oro e 7.200 d’argento per un valore di oltre 15 miliardi di euro. Di questo tesoro si recupera solo il 15%, e sempre tramite il così detto arrostimento, una combustione in cui i componenti plastici vengono bruciati e rimangono solo i metalli, causando però alti livelli di inquinamento», spiega Marco Allegretti, ricercatore del Politecnico di Torino e tra i soci di Remete. Una volta preso atto del problema, la strada dei tecnici ha incrociato quella di Antonio Dirita, ingegnere nucleare ideatore di un processo a basso impatto ambientale per estrarre dalle schede elettroniche i metalli più preziosi.  

Da questo incontro è nata Remete: «Il nostro metodo, in fase di brevettazione, consente di recuperare oro, argento, rodio, platino e palladio senza bisogno di un arrostimento. A noi vengono inviati gli apparecchi da disassemblare e più spesso le sole schede: le trattiamo con dei reagenti messi a punto da noi, che consentono di sciogliere i metalli a temperatura ambiente, senza liberare emissioni in acqua e in atmosfera. Gli additivi chimici, invece, non diventano rifiuto ma rientrano nel ciclo produttivo», aggiunge Allegretti. Dal 2016, nei laboratori torinesi di Remete si trattano ogni giorno alcune centinaia di schede elettroniche provenienti da apparecchi ed elettrodomestici a fine vita, oppure scarti di lavorazione di montatori. E l’autorizzazione permette già spazi di crescita, fino a due tonnellate al giorno.  

«Otteniamo dei materiali puri al 90%, che rivendiamo ai recuperatori e che tornano in parte nel ciclo di produzione dell’elettronica». Un’attività ancora in fase sperimentale, ma che già si sostiene da sola economicamente e che ha attirato l’interesse degli investitori: da loro, in due diversi round, sono arrivati finanziamenti per mezzo milione di euro.(V. Uivieri - La St.)

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