Gli operatori italiani del riciclo sono sul piede di guerra per uno stallo normativo che – denunciano – rischia di essere un macigno per lo sviluppo dell’economia circolare italiana. E hanno messo in scena una protesta di fronte al ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, durante l’inaugurazione degli Stati generali della green economy a Ecomondo, la principale fiera del settore in Italia in programma a Rimini fino al 9 novembre, dedicati quest’anno alle prospettive dell’occupazione verde. Preoccupati proprio per il destino immediato di molti dei 135mila lavoratori del settore, i rappresentanti di Fise Unicircular (l’unione delle imprese italiane del recupero e riciclo) hanno srotolato uno striscione con la scritta «Senza End of Waste… l’economia circolare è una bufala», e hanno consegnato al ministro una lettera di denuncia, chiedendo al più presto un incontro per trovare una soluzione. 

L’oggetto del contendere riguarda un dato che può apparire come una tecnicalità, ma che è in realtà fondamentale affinché possano svolgersi le attività di trasformazione degli scarti in risorse nuove: le norme di End of Waste, come suggerisce il nome, riguardano la «cessazione della qualifica di rifiuto», e cioè il passaggio cruciale con il quale i materiali riciclabili possono poi essere trattati per diventare materie prime secondarie, sostanze o prodotti. Ma tra l’inerzia dei governi e del legislatore, passando per le maglie della giustizia amministrativa, si è creata un’impasse sui criteri che dettano quando, a quali condizioni e per fare cosa un rifiuto cessa di essere tale e può essere trasformato. 

A occuparsene dovrebbero essere prima di tutto i regolamenti europei e poi quelli ministeriali, in mancanza dei quali era previsto che di volta in volta potessero intervenire le Regioni (o le Province delegate),quando dovevano dare le autorizzazioni alle attività di recupero e riciclo. Lo scorso febbraio però una sentenza del Consiglio di Stato ha stabilito che spetta solo al ministero dell’Ambiente, e mai agli enti territoriali, individuare i criteri per «declassificare» le tipologie di rifiuti ulteriori rispetto a quelle già previste in sede Ue. Le norme in materia sono infatti incomplete, e non vengono aggiornate. Oggi, ricorda Fise Unicircular, i criteri sono stati fissati a livello europeo solo per vetro e metalli, e, a livello nazionale, per il combustibile da rifiuti e il fresato d’asfalto.

Per gli altri casi, le norme (quando sono applicabili) risalgono a un decreto ministeriale del 1998, che però è stato aggiornato una sola volta: è incompleto, perché non comprende tutti i rifiuti che si possono trattare, ed è chiaramente obsoleto, perché non tiene conto di tutte le possibili risorse ottenibili con i nuovi processi di riciclo sorti negli ultimi anni grazie alle innovazioni tecnologiche.  

Adesso, se ci sono attività di recupero che non rientrano tra quelle previste dalla disciplina europea o nazionale, le autorizzazioni non possono più essere concesse dagli enti territoriali. E se scadono quelle che già ci sono, le Regioni potrebbero non rinnovarle, e addirittura revocare in autotutela quelle operative. C’è quindi il rischio che si possano gradualmente bloccare le attività di riciclo di materiali per cui i criteri di End of Waste sono stati fissati caso per caso, come ad esempio le macerie degli edifici o i rifiuti tecnologici. E se ci saranno nuovi processi produttivi da avviare, o modifiche da fare per innovare gli impianti, non sarà così scontato andare avanti. Dopo la sentenza del Consiglio di Stato è infatti chiaro che i criteri non possono essere stabiliti in mancanza dei regolamenti ministeriali (o europei).  

Proprio per questo – avevano assicurato a luglio dalla squadra del ministro Costa – è già stato dato mandato agli uffici tecnici di stilare i decreti, che potrebbero cominciare ad arrivare dall’inizio del prossimo anno. Ma si tratta di un percorso inevitabilmente lungo, che va svolto per ogni tipologia di rifiuto e che richiede anche un passaggio a Bruxelles. A Ecomondo, il ministro dell’Ambiente ha ribadito: «Stiamo scrivendo letteralmente l’End of Waste . Adesso questi atti sono sul mio tavolo e li sto costruendo proprio in questi giorni. Non appena la finanziaria decolla, metteremo mano come priorità a questi tipi di atti giuridico-amministrativi».  

«Il governo italiano ci tiene all'economia circolare, lo considera un elemento fondamentale», ha sottolineato Costa che, promettendo di ricevere l’unione dei riciclatori, ha prospettato la volontà di arrivare anche a un provvedimento di legge che possa fungere da quadro nazionale di riferimento, consentendo così di nuovo anche alle Regioni di intervenire in accordo con le condizioni che lì verranno fissate, recependo i principi che guidano i decreti. 

«Ci sembra una possibilità ragionevole – dice il presidente di Fise Unicircular, Andrea Fluttero – anche perché i decreti vanno stilati filiera per filiera, e per quanto sia necessario e auspicabile disporre queste norme a livello nazionale, nella pratica è molto difficile. Le filiere esistenti infatti sono tante, i prodotti di partenza evolvono e cambia frequentemente il mix di materie con le quali sono fabbricati. E poi le tecnologie sono in continuo movimento, e quindi bisogna considerare la nascita di nuovi processi». 

Proprio Ecomondo ogni anno è l’occasione per presentare tantissimi nuovi progetti, frutto di ricerche in grande espansione, che permettono di trattare in modo innovativo i prodotti di scarto, trasformando oggetti o materiali che fino a poco tempo fa sarebbe stato inimmaginabile non destinare alla discarica o all’inceneritore. Il caso di assorbenti, pannoloni e pannolini usati è emblematico: a Lovadina di Spresiano (Treviso) è stato costruito un impianto unico al mondo, che sfrutta una nuova tecnologia tutta italiana capace per la prima volta di riciclare quegli oggetti e ottenerne cellulosa, plastica e polimeri superassorbenti. Ma poiché mancava un specifico criterio End of Waste, la Regione Veneto aveva negato il riconoscimento di questo processo come recupero di materie prime secondarie. È partito da qui un ricorso che si è concluso infine con la sentenza del Consiglio di Stato e la definizione della competenza a intervenire come esclusiva del ministero.  

È evidente però che per avere tutti i regolamenti «ci vorranno mesi», sottolinea Fluttero. Per questo, l’unione dei riciclatori chiede una norma transitoria che permetta alle autorità territoriali di rinnovare le autorizzazioni già esistenti, e di rilasciarne di nuove, almeno fino a quando il ministero non avrà definito in modo compiuto tutti i criteri. Per farlo bisognerebbe modificare il Codice dell’ambiente (in particolare all’art. 184-ter). Una proposta in tal senso era arrivata ad aprile anche dalla Conferenza delle Regioni. Si tratta di una strada che permetterebbe di superare l’ostacolo posto dal Consiglio di Stato e di avere il tempo opportuno per scrivere i decreti. Sarebbe anche permessa dalla direttiva europea che riforma le norme sui rifiuti, parte del pacchetto sull’economia circolare recentemente approvato in Europa. Una modifica di questo tipo, però, porrebbe problemi tecnici, sottolineano dalla squadra di Sergio Costa, perché c’è una sentenza che ha stabilito la necessità di intervenire tipologia per tipologia di rifiuti, e perché bisogna evitare possibili migrazioni di rifiuti tra le diverse Regioni a seconda del tipo di autorizzazioni concesse. Un cappello statale appare insomma inevitabile. È anche su questo che dovranno confrontarsi nell’incontro promesso gli imprenditori del riciclo con il ministro. (G. Locchi -  LaSt.)

CONDIVIDI