Il 6 marzo è entrata in vigore la norma contenuta nell’art. 17 della legge n. 161/2014, secondo cui le bibite analcoliche prodotte in Italia e vendute con il nome dell’arancia o con un nome riferito al frutto, devono avere un contenuto di succo non inferiore a 20 grammi per 100 ml o una quantità equivalente di succo concentrato o disidratato. L’obbligo vale solo per le aranciate prodotte e commercializzate in Italia. Sono escluse quelle importate dall’estero o prodotte in Italia ma destinate alla commercializzazione in altri Paesi. Le bottiglie confezionate prima del 6 marzo, con il 12% di succo, possono essere vendute fino all’esaurimento delle scorte.

La nuova norma modifica quella in vigore dal 1958, che imponeva un contenuto minimo di  succo del 12%, ed è diventata operativa essendo trascorso un anno dal perfezionamento con esito positivo della procedura di notifica alla Commissione europea.

Secondo Coldiretti, il passaggio dal 12% al 20% del contenuto minimo di arancia nelle aranciate salverà oltre diecimila ettari di agrumeti italiani, situati soprattutto in regioni come la Sicilia e la Calabria. Secondo Assobibe, l’associazione degli industriali delle bevande analcoliche aderente a Confindustria, si tratta invece di un esempio di “autolesionismo all’italiana”, di una “ricetta di Stato, che penalizza il Made in Italy”. Inoltre, secondo gli industriali “non è dimostrabile, che l’aumento al 20% si tradurrà automaticamente in un maggior impiego di forniture di succo italiano”.

Resta da verificare se la nuova norma offrirà il giusto riconoscimento alle bevande di maggior qualità, riducendo l’uso di aromi e di zucchero.

L’obbligo vale solo per le aranciate prodotte e commercializzate in Italia

In Italia, a parte l’aranciata San Pellegrino che dal 2015 propone una bevanda con il 20% di succo, le altre marche vendono bibite che contengono solo il 12% di arancia e una quantità di zucchero variabile.

(B. Bonardi – Il Fatto Alim.)

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