Era quello che si potrebbe definire una personalità poliedrica, Piero della Francesca, celebrato dalla sua Sansepolcro con un doppio appuntamento che omaggia l’autore del De prospectiva pingendi - composto in volgare per gli artisti e in latino per gli umanisti, dando inizio alla grande esperienza della prospettiva rinascimentale - e della Resurrezione di Cristo, affresco definito dallo scrittore Aldous Huxley “la più bella pittura del mondo”. E legata a doppio filo alla storia e all’identità della cittadina. 
Raccontava infatti il capitano britannico Anthony Clarke che, dopo avere ordinato il bombardamento della città durante la seconda guerra mondiale, decise di interrompere il fuoco ripensando alle parole di Huxley e a quel capolavoro immenso che avrebbe rischiato di distruggere.

Piero e la Resurrezione, un capolavoro che torna a brillare
Il primo appuntamento con la pittura di questa personalità tra le più emblematiche del Rinascimento italiano, che ha lasciato la sua eredità ad artisti come Leonardo da Vinci, Albrecht Dürer, Daniele Barbaro e ai teorici della prospettiva almeno fino alla metà del Cinquecento, è al Museo Civico di Sansepolcro, un tempo palazzo del governo cittadino. 
Dopo tre anni di studi e restauri - durante i quali il capolavoro è rimasto visibile al pubblico grazie a un cantiere allestito in modo innovativo e funzionale - torna a splendere la Resurrezione, capolavoro assoluto dell’artista toscano, la cui datazione è ancora incerta, fissata inizialmente dagli studiosi tra il 1450 e il 1465, ma posticipata dalle recenti ricerche documentarie al 1470.
Il lungo intervento, a cura dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e della Soprintendenza di Arezzo - finanziato anche grazie al mecenatismo di Aldo Osti, manager della Buitoni, che ha messo a disposizione 100mila euro - svela adesso una nuova luce sugli occhi del Cristo vigile - solenne e ieratico, apice trionfante di una piramide immaginaria alla cui base è posta la morte - sui colori, su quelle torri e fortezze sbucate tra il cielo, ritornato terso, e le colline del paesaggio, su quel soldato dai capelli ricci, gli occhi grandi, il mento pronunciato, con una caratteristica fossetta, nel quale Piero avrebbe deciso di immortalarsi in un ritratto eterno. 

Il restauro è intervenuto sulle condizioni conservative e strutturali dell'opera, attraverso l'eliminazione dei materiali di accumulo apposti nel corso dei secoli e agendo sul degrado provocato dai fenomeni di solfatazione e sul distacco degli intonaci. In particolare, un intervento risalente probabilmente all'Ottocento aveva aggredito con una pittura indiscriminata l'opera, incidendo in gran parte sulle finiture "a secco" di cui Piero della Francesca era maestro. I danni di questo intervento restano purtroppo evidenti sul paesaggio che ne risulta oggi appiattito, avendo perso le modulazioni in verderame che conferivano rilievo e profondità alle colline dietro il Cristo risorto. Addirittura molti documenti testimoniano che l'opera sarebbe stata all'epoca lavata con acqua e soda caustica.

La campagna diagnostica ha inoltre confermato che la Resurrezione rappresenta una delle più antiche e monumentali operazioni di "trasporto a massello" della storia del restauro. In poche parole l'intero muro che accoglie l'affresco sarebbe stato tagliato e trasportato da una parete all'altra. Sebbene la collocazione originaria non sia nota in maniera certa, si ipotizza che l'opera potesse essere stata dipinta sulla facciata esterna, su quello che si definiva l' "arengario", un terrazzamento rialzato da cui le magistrature parlavano al popolo.

L'intervento sullo strato pittorico, che in tutte le sue parti non presenta pentimenti o rifacimenti, ha inoltre consentito di conoscere la tecnica impiegata da Piero.

PIERO DELLA FRANCESCA E LA SEDUZIONE DELLA PROSPETTIVA
Sempre al Museo di Sansepolcro, a partire dal 25 marzo e fino al 6 gennaio, la mostra Piero Della Francesca. La seduzione della prospettiva, a cura di Filippo Camerota e Francesco P. Di Teodoro, e articolata intorno al De prospectiva pingendi, trattato composto da Piero della Francesca intorno al 1475, mostra al pubblico le due anime dell'artista, raffinato pittore e grande matematico. 

A guidare il visitatore lungo il percorso espositivo, otto sezioni che approfondiscono gli studi affrontati da Piero nel corso della sua vita. Dalla prima sezione dedicata al De Prospectiva Pingendi, il primo trattato sistematico di prospettiva interamente illustrata, e il primo in cui sono giustificati matematicamente i procedimenti descritti, si passa alla seconda, che analizza la relazione di Piero con Firenze, dove giunge nel 1439 per lavorare con Domenico Veneziano. 
La terza tappa, che si sofferma sulle regole del disegno prospettico, attraverso modelli e disegni, mostra come Piero sia stato il primo a scrivere veramente per gli artisti. Al contrario di Alberti, che si era preoccupato di gettare i fondamenti teorici della nuova disciplina pittorica, e Ghiberti che aveva voluto riassumerne le premesse ottiche, Piero si soffermò notevolmente sulle regole del disegno corredando ampiamente il trattato di numerosi disegni di straordinaria finezza.
La relazione tra Piero e il matematico Luca Pacioli è invece descritta dalla sezione I corpi geometrici, che si concentra anche sul Libellus de quinque corporibus regularibus, un altro importante trattato dell'artista, concluso attorno al 1482 e attraverso il quale il maestro diventa artefice di quella rinascita d’interesse per i poliedri che caratterizzerà il Rinascimento. 

Se il disegno architettonico domina la sezione Il disegno di architettura: ichnographia, orthographia, scaenographia, nella parte del percorso dedicata alla figura umana, si può comprendere come Piero abbia risolto uno degli esercizi prospettici più complessi che si possano immaginare: il disegno prospettico della testa umana. Problema che si esaurisce "trasformando il corpo naturale in un solido geometrico, sezionando la testa con piani meridiani e paralleli, quasi come fosse un globo terrestre".

A chiudere il percorso espositivo è un video che illumina i visitatori sulla dimensione geometrica della bellezza che permea e contraddistingue l'intera produzione pittorica di Piero della Francesca. (S. De Martin - Arte.it)

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