Le coordinate della geografia urbana vanno strette a Bansky, personaggio romanzesco unico nel panorama dell’arte contemporanea, capace di far sognare come un supereroe. 
 
L’artista che vive nell’anonimato (non ha mai rivelato la sua identità),ha scelto di propagare il messaggio veicolato attraverso la sua arte come un meme, impiegando tutti i canali di superficie per colonizzare sottotraccia il mondo intero. E’ questa la sensazione che si ha mentre si svolge la conferenza stampa della mostra “A Visual Protest. The Art of Banksy”, inaugurata il 21 novembre al MUDEC di Milano
 
Un mese fa la performance dell’ enfant terrible di Bristol all’asta di Sotheby’s aveva portato a termine un’impresa titanica, suscitando un gran sorriso: il writer aveva sfondato il muro di cemento dei suoi murales e, cavalcando l’onda dei social network, era entrato nelle case mettendo in scena sui monitor dei nostri pc la beffa più divertente al mercato dell’arte. Assolutamente real & live, come piace al nostro gusto ipermediatico. 
Tutti beffati dal genio della comunicazione oppure tutti conniventi: casa d’aste, acquirente, artista stesso? Difficile dirlo.
 
Ora sembra che Bansky voglia sfondare la sacralità dei templi dell’arte. 
Il suo virus è penetrato all’interno di un’istituzione pubblica, il MUDEC – Museo delle Culture di Milano, per allestire una monografica – seppur non autorizzata -, la prima in Italia, dal titolo “A Visual Protest. The Art of Bansky”, un interessante progetto con un forte impianto critico a cura di Gianni Mercurio che raccoglie oltre 80 lavoriprovenienti da collezionisti privati e gallerie tra dipinti e prints numerati, oggetti, fotografie e oltre 60 copertine di vinili e cd disegnati dall’artista. Niente a che vedere con l’incursione al Bristol Museum che qualche anno fa aveva dato carta bianca e chiavi in mano a Bansky perché intervenisse a suo piacimento negli spazi dell’edificio. Ma non è la prima volta che viene organizzata una mostra in una galleria o in uno spazio espositivo.
Segno che lo spirito ribelle è stato addomesticato una volta per tutte o è l’ennesima trovata per contaminare i luoghi dell’arte senza guardare in faccia al mezzo perchè Banksy punta dritto al fine?
 
Certo è che il mondo dell’impresa (la mostra è organizzata da 24 Ore Cultura – Gruppo 24 Ore e da Fondazione Deloitte) corteggia Banksy, che in lui vede il genio della comunicazione e un guru del marketing. “Oggi gli street artist eseguono dei lavori molto belli. Si vede che vengono dalle accademie, hanno delle tecniche formidabili. Realizzano delle vere e proprie meraviglie, però hanno finito per edulcorare i contenuti” afferma Gianni Mercurio durante la conferenza stampa. “Il merito di Banksy è quello di aver portato di nuovo ribellione visiva nei murales”.
 
Il mercato si è accorto di Banksy, l’autodidatta. “L’anonimato dell’artista, necessario per sfuggire alle maglie della legge, gli ha dato grande notorietà e ha suscitato l’interesse di un establishment che fino a poco tempo fa lo aveva snobbato” continua Mercurio. “Di fatto Banksy ha colpito al cuore un pubblico trasversale ed è riuscito a interessare un collezionismo alto”. 
 
Lo spirito ribelle di Banksy, i temi della protesta contro il potere, la guerra e il consumismo, il linguaggio visivo che ha inglobato quella fusione di parole e immagini dei manifesti del maggio 1968, i segni dei writers newyorkesi degli anni ’70 e ’80, le performance del maestro Andy Warhol, la vena graffiante punk che non gli si scrolla di dosso sono tutti elementi che emergono in maniera molto evidente dalla retrospettiva allestita al MUDEC.  Ed è un meraviglioso tuffo nel mondo contemporaneo.
 
Difficile ingabbiare lo spirito di Banksy che vive come i famosi ratti tante volte da lui ritratti ai bordi delle metropoli e che come ha detto l’artista: “Esistono senza permesso. Sono odiati, braccati e perseguitati. Vivono in una tranquilla disperazione nella sporcizia. Eppure sono in grado di mettere in ginocchio l’intera civiltà”. I ratti, paradigma dei writers: come i ratti popolano fogne, cunicoli, aree degradate e abbandonate delle città moderne, così i graffitisti si muovono di notte in luoghi analoghi per marchiare muri, vagoni, cancelli con le loro bombolette spray. 
 
Ma ora la rotta sembra cambiata, la protesta usa i canali della legalità. Non certo nella direzione in cui vorrebbero le istituzioni e le imprese, come ad esempio la città di Monaco di Baviera che affida i muri agli street artist dopo aver emesso dei bandi di gara e Il Sole 24 Ore che per la comunicazione della mostra metterà a disposizione degli artisti 250 cartelloni bianchi sparsi per la città di Milano, spazi dove chiunque abbia una vena artistica e voglia esprimersi sarà libero di farlo.
 
Ma l’arte di Bansky si nutre di protesta e di libertà non vigilata, vive negli spazi marginali lì dove solo pochi hanno accesso e per sua stessa natura non può essere confinata in una gabbia. 
 
Bello il documentario realizzato per la mostra a cura di Butterfly Art News, con la partecipazione di Butterfly e David Chaumet. Venti minuti di vita vissuta nell’universo di Banksy, in attesa che esca nelle sale italiane l’11 e il 12 Dicembre il film documentario L’Uomo che rubò Banksy. Il Fantasma dell’arte contemporanea” incentrato sul murale del soldato israeliano che chiede i documenti all'asino realizzato dall’artista nei territori occupati nella West Bank. (E. Zamparutti – Arte.it)

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