La Brexit, decisa con il referendum del 23 giugno 2016 cambierà parecchie cose e anche il mondo dell'energia, e del clima, non sarà esente da questa mutazione. Prima di fare delle ipotesi, però è necessario analizzare lo scenario sul quale si innesta la decisione di uscire dall'Unione europea. La Gran Bretagna, oggi, o forse è meglio iniziare a usare il passato, era uno dei mercati finanziari più importanti per il mondo dell'energia e l'uscita dall'Europa potrebbe marginalizzare la City sotto il profilo della determinazione del valore degli asset energetici. E potrebbe essere positivo per il mondo dell'energia, visto che molto spesso la City in questo campo agisce con una logica di mera speculazione finanziaria e l'adozione di altre dinamiche, su altre piazze, potrebbe migliorare le dinamiche, specialmente per le nuove energie.

Altro fatto fondamentale è la fase di mutazione dello scenario energetico interno del Regno Unito che si trova i fronte a un bivio. La generazione elettrica dal nucleare britannico ormai vecchio obsoleto, assieme all'abbandono del carbone, poneva già prima del referendum, questioni importanti. Il nucleare nel Regno di Sua maestà produce il 18% dell'elettricità con 15 reattori operativi per complessivi 8.883 MWe di potenza installata. Si tratta di un parco datato, entrato in funzione tra il 1976 e il 1995 che dovrebbe essere dismesso, in gran parte entro il 2023,mentre l'anno dopo dovrebbe arrivare l'abbandono del carbone, a eccezione del reattore B di Sizewell da 1.198 MWe che dovrebbe chiudere nel 2035. Quindi tra sette anni la Gran Bretagna avrà un deficit di potenza di 7.685 MWe, contando solo in nucleare, che è impensabile sostituire con questi tempi. L'unico progetto nucleare avviato, per ora sulla carta, è quello di Hinkley Point 2 che prevede 2 reattori Epr francesi da 1.600 MWe ognuno, con una spesa prevista astronomica: 28 miliardi di euro. E se da un lato l'uscita dalla Ue dovrebbe favorire la realizzazione di questi reattori, visto che il ricorso dell'Austria contro la centrale a questo punto non avrebbe più nessun effetto, sotto un altro punto di vista l'indebolimento della Sterlina aggraverebbe i costi che sono già al limite della sopportabilità visto che per realizzare Hinkley Point 2 il Governo di Sua Maestà ha garantito per 35 anni l'acquisto dell'energia elettrica prodotta dai due reattori a un prezzo di 92,5 sterline (117 euro) a carico dei consumatori per MWh che nel 2058, anno di scadenza degli incentivi nel caso improbabile la centrale entri in funzione nel 2023, saranno 279 sterline per MWh. Un conto salato che aumenterà a causa della Brexit per la maggiore debolezza della Sterlina e per i conti del paese, visto che questa cifra sarà trasferita all'estero al di fuori di un'area commerciale "protetta". E rimangono fuori ancora 4.485 MWe per la cui sostituzione servirebbero altri 42 miliardi di euro. E tutto ciò riguarda solo il 18% dell'elettricità da nucleare.

Un aiuto alla soluzione potrebbe arrivare dalle rinnovabili, ma qui si apre un fronte geopolitico interno. La Brexit, infatti, non ha vinto ne in Scozia, ne in Irlanda del Nord e il risultato ha riaperto la questione dell'indipendenza di questi due territori. E in questo quadro la Scozia ha il coltello dalla parte del manico. Nel referendum del 2014 per l'indipendenza della Scozia la differenza percentuale a favore del "remanin in Uk" fu del 10,6%, mentre quella del "remain in Ue" del 2016, sempre in Scozia, è stata del 24%. Chiaro che un simile indirizzo di voto potrebbe essere determinate in un altro referendum per la secessione scozzese dall'Uk e annessione alla Ue. E un'eventualità del genere per il Regno Unito sarebbe catastrofica sotto al profilo energetico. La Scozia, infatti, ha su base geografica il 90% della produzione petrolifera e il 47% di quella del gas naturale, con riserve fossili sfruttabili tra gli 11 e i 21 miliardi di barili equivalenti che gli scozzesi alzano tra i 15 e i 24. La Scozia, inoltre, ha una produzione elettrica di 50mila GWh all'anno, dei quali il 25% sono esportati nel Regno Unito, che a sua volta importa il 6% dell'elettricità - e il 50% del gas dall'Europa. Oltre a ciò la produzione elettrica scozzese è per un 30% da fonti rinnovabili, che sono il 36% di quelle del Regno Unito, quindi l'opzione Brexit più quella "Scotland exit" minerebbe sia la sicurezza energetica dei sudditi di sua maestà, sia il loro ruolo sul fronte degli accordi internazionali sul clima decisi a Cop 21 e adottati dal Regno Unito come membro dell'Unione europea. Durante l'assise di Parigi, infatti, l'allora ministra per energia britannica Amber Rudd aveva detto, «La sicurezza energetica è la nostra prima priorità inoltre nessun governo responsabile dovrebbe prendere rischi in tema di cambiamenti climatici. Il gas è al centro del nostro futuro sicuro per l’energia, così come il nucleare. Si farà ricorso a una energia nucleare sicura». Uno scenario che in poco tempo è cambiato e potrebbe cambiare, con un'eventuale uscita della Scozia dal Regno Unito. (S. Ferraris - TeknEco)

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