Con la riforma della Politica Agricola Comune, i fondi pubblici europei avrebbero dovuto sostenere l’agricoltura ‘verde’. Invece, un’inchiesta ha scoperto come continuano a sovvenzionare fonti di inquinamento come i maxi-allevamenti di maiali e polli.

 

Premere l’acceleratore sull’agricoltura “verde”, premiando con finanziamenti pubblici chi contribuisce al miglioramento di clima e ambiente. Era questa l’ambizione della nuova Politica Agricola Comune (PAC) varata dalla Commissione Europea nel 2013. Una scelta di buon senso per frenare la corsa di riscaldamento globale ed erosione del suolo nella quale anche l’agricoltura gioca un ruolo decisivo. 

 

Il concetto di fondo era semplice: per ottenere una quota dei circa 60 miliardi di euro che ogni anno Bruxelles riversa nel settore, i produttori avrebbero dovuto rispettare delle buone pratiche. 

 

Cinque anni più tardi, e con un’altra riforma della PAC alle porte, le promesse sono però state ampiamente disattese. Non solo gli effetti benefici sull’ambiente sono pressoché nulli, ma le maglie larghe della normativa permettono ad aziende altamente inquinanti di mettere le mani su una fetta dei fondi. 

 

A scoprirlo è un’indagine di un gruppo di giornalisti investigativi commissionata da Greenpeace che ha osservato come in diversi paesi europei, compresa l’Italia, tra i beneficiari della PAC figurano anche i maxi-allevamenti intensivi di bestiame. Stabilimenti dove ogni anno vengono ingrassati centinaia di migliaia di maiali o polli, prima di essere venduti ai macellatori e trasformati in prelibatezze come Prosciutti di Parma o di San Daniele. Prodotti della tradizione ma con un prezzo ambientale non trascurabile: centinaia di tonnellate di ammoniaca rilasciate nell’atmosfera dagli escrementi degli animali, provocando l’acidificazione del suolo, e l’aumento di gas serra. 

 

L’ammoniaca non è la sola sostanza inquinante derivata dagli allevamenti, ma è l’unica, insieme al metano, che le singole aziende agricole di grandi dimensioni sono tenute a dichiarare in modo trasparente in rispetto della normativa europea. Nel 2015 - anno per cui sono disponibili i dati più recenti - in Italia 874 allevamenti hanno sforato il valore soglia di 10 tonnellate annue di ammoniaca stabilito dall’Agenzia Europea dell’Ambiente. Una piccola, ma particolarmente significativa, percentuale del comparto, visto che si tratta di alcuni tra i più grandi operatori. 

 

La ricerca di Greenpeace ha scoperto come più della metà di essi riceve i finanziamenti della PAC. L’analisi incrociata dei dati ambientali con il registro dei beneficiari dei fondi comunitari rivela, infatti, che nel 2016 il 67% degli allevamenti italiani ad alto tasso di emissioni ha ricevuto sussidi per un totale di più di 25 milioni di euro. Nella maggior parte dei casi nelle loro tasche sono finiti anche i pagamenti diretti per il ‘greening’, ovvero le presunte pratiche agricole benefiche per clima e ambiente. Soldi dei contribuenti che avrebbero dovuto promuovere l’agricoltura verde e, invece, sovvenzionano una fonte di inquinamento. 

 

Dal 1962, anno della sua nascita, la Politica Agricola Comune è sempre stato uno dei pilastri centrali dell’Unione Europea, oltre che la sua voce di spesa più rilevante. Ideata con l’obiettivo di garantire la sicurezza alimentare dei cittadini europei, oggi la PAC rappresenta una rete di sopravvivenza per tanti piccoli agricoltori, ma, soprattutto, una fonte di introiti aggiuntivi per i grandi produttori. 

Un meccanismo che, a lungo andare, può portare effetti a cascati sull’intero settore. Per la zootecnia i dati dell’Istat suggeriscono, infatti, che gli affari si concentrano sempre di più nelle mani dei maxi-stabilimenti. Tra il 2003 e il 2013, anno dell’ultimo censimento agricolo, il numero di allevamenti di suini ha registrato un crollo vertiginoso, passando da oltre 124.000 unità a circa 26.000. Due terzi di esse sono quindi sparite dal mercato, mentre i capi di suini allevati annualmente rimaneva stabile.  

 

Alla base della CAP permane una distorsione che premia gli attori principali: i contributi vengono distribuiti in base agli ettari di terreno occupato. Più grande l’azienda agricola, maggiori i fondi che può richiedere. Una pura equazione matematica che, in qualche modo, doveva essere corretta dalla riforma della PAC. 

Nel giugno del 2013, dopo lunghe discussioni, la Commissione Europea dava il via libera al nuovo corso della politica agricola. Al centro veniva messa l’attenzione verso le sfide del cambiamento climatico e una produzione sostenibile per il pianeta. Almeno questo era quanto traspariva dai proclami di Bruxelles. Fin da subito, però, gli addetti ai lavori denunciavano come l’immagine ‘green’ della PAC si fosse sbiadita nel corso dei negoziati che aveva portato altesto finale. Infatti, per adempiere agli obblighi ambientali le aziende agricole avrebbero dovuto rispettare tre criteri: la diversificazione delle colture, il mantenimento di aree di interesse ecologico e la preservazione dei prati permanenti. Misure che a detta degli esperti avrebbero avuto una scarsa influenza sulla salute del pianeta. 

  •  
  • “L’impatto ambientale [del greening] è stato inadeguato e insufficiente, specialmente considerati i maggiori impegni burocratici richiesti agli agricoltori,” sostiene Angelo Frascarelli, professore di Economia ed Estimo Rurale presso l’Università di Perugia e uno tra i massimi conoscitori della PAC in Italia. 

Ma, soprattutto, “l’attuale PAC non monitora in alcun modo l’impronta di carbonio o l’emissione di gas serra,” puntualizza il Prof. Frascarelli. 

Ad avvalorare la sua tesi è anche la Corte dei Conti Europea, che in un rapporto di valutazione della politica ha ritenuto “improbabile che l’inverdimento, quale attualmente applicato, possa migliorare in maniera significativa la performance della PAC in materia di clima e ambiente.” 

In sostanza, il ‘pagamento verde’ rimane una forma di sostegno al reddito delle aziende e non al benessere del pianeta, a detta dei revisori di Bruxelles. 

E così, con paletti così larghi, anche gli allevamenti intensivi possono continuare a percepire i fondi europei. All’interno di un paradosso che li vede da una parte rispettare a pieno i parametri ‘verdi’ della Commissione e dall’altra riportare valori record di emissioni nocive. 

In Italia sono quasi 500 i grandi produttori di ammoniaca che ricevono fondi europei. Il catalogo è vario: si va dagli allevatori che sforano leggermente i limiti e ottengono poche migliaia di euro all’anno, a chi li supera di cinque o sei volte - magari con più stabilimenti produttivi - e si assicura sussidi a sei zeri. 

Con rare eccezioni, la quasi totalità di essi si concentrano in un quadrilatero delimitato da Pavia, Bergamo, Verona e Parma. È la Pianura Padana, una delle zone più inquinate d’Europa.  

Alla radice dello smog padano si intersecano fattori molteplici, ma un ruolo decisivo lo giocano anche gli allevamenti. Migliaia di maiali o polli rinchiusi in uno stabilimento producono inevitabilmente enormi quantità di deiezioni destinate a sprigionare sostanze inquinanti quali l’ammoniaca. Con conseguenze concrete per tutto ciò che li circonda.  

Innanzitutto, i depositi di ammoniaca contribuiscono all’acidificazione del suolo e all’eutrofizzazione delle acque, portando alla formazione di alghe invasive in fiumi e laghi. Ma le emissioni eccessive possono comportare anche problemi per la salute pubblica. L’ammoniaca è infatti un precursore di protossido d’azoto e particolato atmosferico fine in grado di danneggiare le vie respiratorie. Si tratta di sostanze nocive che abbondano proprio nella Pianura Padana dove, anno dopo anno, si superano abbondantemente i limiti di legge. 

Guido Lanzani, responsabile qualità dell’aria di ARPA Lombardia, spiega come proprio in concomitanza dello spandimento dei liquami - e il conseguente rilascio dell’ammoniaca - è possibile osservare valori record di PM10. Un aspetto su cui, a detta sua, si potrebbero fare importanti passi avanti per rendere l’aria più pulita. 

“Indubbiamente intervenire sulle emissioni di ammoniaca del settore agricolo porterebbe tra i maggiori risultati in termini di costi-efficacia,” afferma Lanzani. 

Oggi a vivere sulla propria pelle gli effetti dello smog padano sono innanzitutto i cittadini che vivono a stretto contatto con i maxi-allevamenti. Installazioni che, per cercare di abbattere i costi di produzione, puntano a espandersi a dismisura e ad accogliere un numero sempre maggiore di animali. 

È il caso di Schivenoglia, in provincia di Mantova, dove da un anno i comitati ambientalisti locali stanno lottando contro l’apertura di un nuovo allevamento di suini. Una porcilaia da 10.600 capi si affiancherebbe a quella che oggi conta già su 8.000 ”ospiti”. Numeri notevoli per un paesino da 1.200 abitanti. 

Il promotore dell’iniziativa è l’azienda “Biopig” di Luigi Cascone, importante allevatore di origine campana trapiantato da queste parti. Insieme alla famiglia, Cascone gestisce un piccolo impero del maiale. Tre aziende agricole che controllano una quindicina di impianti produttivi. Nel 2015 cinque di queste comparivano sul registro delle emissioni per aver scaricato nell’atmosfera, tra di loro, un totale di 168 tonnellate di ammoniaca. Sempre nello stesso anno, un allevamento di Cascone situato a Bondeno, provincia di Ferrara, è stato classificato dall’ASL locale come “industria insalubre di primo tipo” in quanto potenzialmente pericoloso per la salute pubblica. 

Un curriculum ambientale che però non ha impedito alle aziende di Cascone di attingere dalle casse della PAC l’anno seguente nel totale rispetto delle norme. All’allevatore sono arrivati 340.000 euro, di cui poco meno di un terzo come contributi per l’agricoltura “verde”. 

Nonostante diversi tentativi, non è stato possibile parlare con Luigi Cascone.  

Con la nuova riforma della CAP ormai alle porte, molti si aspettano un cambio di marcia decisivo sui temi ambientali. Sembra quasi scontato che si ponga fine all’esperimento del “greening”, ritenuto dai più fallimentare. Ma ancora non si sa in quale altra direzione si andrà per quanto riguarda gli allevamenti. 

Per Angelo Frascarelli sarebbe interessante che nella nuova PAC si tenesse conto dell’impronta di carbonio delle aziende agricole e si favorisse anche la zootecnia, ma quando questa è sostenibile. 

 “È auspicabile che con gli accordi di Parigi [sul cambiamento climatico] si arrivi a premiare le aziende realmente virtuose,” dice il professore. 

Un cambio di rotta necessario anche secondo Greenpeace. 

 “La protezione dell’ambiente è uno degli obiettivi della PAC, ma si è visto che al momento i comportamenti impattanti per l’ambiente continuano a essere sussidiati. L’inquinamento da ammoniaca è solo la punta dell’iceberg.” - sostiene Federica Ferrario, responsabile Campagna Agricoltura di Greenpeace Italia. (M. Civillini * -La St.) -

* Investigative Reporting Project Italy