E le dimensioni d'una economia con forti valori sociali e green sono in crescita, in un'Italia che proprio alle buone imprese affida le sue opportunità di sviluppo economico e sociale, anche in stagioni controverse in cui purtroppo emergono con prepotenza culture anti-impresa, anti-crescita, anti-mercato.

Lo confermano due recenti ricerche Ipsos, una su "coesione è competizione" e cioè sulle "nuove geografie della produzione del valore in Italia" (elaborata per Unioncamere e Symbola) e l'altra su "La sostenibilità oltre l'etica: nuove opportunità per la CSR", la Corporate social responsibility.

Per capire meglio, partiamo dalla consapevolezza dei termini della questione.

Le "imprese coesive" sono quelle caratterizzate da un forte capitale sociale positivo: investono sulla qualificazione del personale e il welfare per le famiglie, condividono i loro progetti con banche e istituzioni sociali, partecipano attivamente alle associazioni di categoria, collaborano con istituzioni, enti locali e associazioni di volontariato per iniziative di sviluppo territoriale, ambientale e sociale, progettano insieme ai loro clienti beni e servizi, hanno robusti rapporti con scuole e università per ricerca, formazione, alternanza scuola lavoro.

Imprese caratterizzate, insomma, da una robusta cultura civile e da un grande senso di responsabilità sociale. L'indagine Ipsosdocumenta che nel biennio 2017-18 il 53% delle imprese coesive intervistate ha aumentato il fatturato, contro il 36% di quelle non coesive, il 50% ha aumentato l'occupazione contro il 28% delle non coesive, il 45% l'export. Sono andate particolarmente bene le medie imprese rispetto alle piccole.

Positivo, naturalmente, il rapporto con il territorio: le imprese coesive sono molto radicate nel Nord Est, proprio là dove sono molto evidenti e diffusi valori di coesione sociale in paesi e città. E hanno robuste presenze anche in Piemonte, in Emilia, in Sardegna e in Umbria (in media, sono più di un terzo di tutte le imprese),una presenza meno forte in Lombardia (31,3%) e sono deboli nel Lazio e un po' in tutto il Mezzogiorno, con situazioni migliori in Sicilia e Campania. E ci sono "più imprese coesive nelle regioni che creano più ricchezza".

Avere insomma atteggiamenti responsabili e positivi, vivere secondo valori di solidarietà e inclusione sociale migliora non solo il conto economico delle imprese, ma il benessere diffuso su tutto il territorio. Per dirla con uno slogan: fare bene fa vivere bene.

La sostenibilità conviene.

Ma di cosa parlano, le imprese e i loro consumatori, quando dicono "sostenibilità"?

La seconda delle ricerche Ipsos che abbiamo citato chiarisce innanzitutto che per la maggior parte dell'opinione pubblica italiana (il 35% degli intervistati) la sostenibilità viene legata alla tutela dell'ambiente e al suo rispetto nei processi produttivi. Il 28% parla di "necessità di uno sviluppo che permetta di mantenere in equilibrio le risorse naturali attuali e future. E solo il 14% fa riferimento alla "sostenibilità economica" in un sistema che riesca a generare "benessere condiviso". L'11% parla di "inclusione e tutela di chi è in difficoltà", in un'ottica di "sostenibilità sociale". In sintesi: tre quarti parlano soprattutto di ambiente, un quarto di necessità di affrontare anche le diseguaglianze.

Sul piano della conoscenza, insomma, c'è ancora molto da fare. Anche se un dato rassicura sul buon cammino intrapreso: tra il 2014 e il 2018 è aumentato dal 12 al 20% il numero di coloro che dichiarano che, quando si parla di sostenibilità, sanno bene di cosa si tratta.

Una consapevolezza che incide sui comportamenti dei consumatori: i principali driver di acquisto di prodotti sostenibili - spiega la ricerca Ipsos - sono l'etica, la paura (i cambiamenti climatici spaventano il consumatore e lo portano a cercare di limitare il proprio impatto negativo sul pianeta) e la qualità ("la percezione di innovazione e di alta qualità dei beni prodotti in modo sostenibile spinge il consumatore verso acquisti più responsabili").

Consumatori attenti ed esigenti: il 53% ritiene che l'attenzione alla sostenibilità da parte delle imprese sia aumentata e il 64% considera la corporate social responsibility come una leva fondamentale di successo aziendale. Un'opinione forte, che trova riscontro in quello che pensano i manager delle imprese stesse: il 59% è convinto che "questo sia il momento più propizio per cominciare ad agire in tal senso".

Essere sostenibili non è solo una corretta scelta morale, una risposta civile ai cambiamenti economici in corso. Ha anche un'evidente convenienza economica. L'indagine Ipsos, infatti, documenta che nelle medie imprese industriali che hanno investito nel green il 58% ha visto incrementare il fatturato, il 41% l'occupazione e il 49% l'export (la fonte è il RapportoGreenItaly di Unioncamere e Symbola).

Migliora dunque anche l'attenzione dei vertici aziendali: il numero di top manager e CSR manager che riconoscono un aumento dell'attenzione al tema da parte dei consigli d'amministrazione delle imprese è cresciuto del 125% (la fonte è l'Osservatorio Sustainability Sentiment 2018 di Aida Partners).

Ma come capire bene se le imprese, quando parlano di sostenibilità, sono chiare, sincere? Utili certificazioni e bilanci sociali, ma anche i loghi che documentano un accertamento della qualità (ISO 9000, Eu Ecolabel o il recente "Made Green in Italy" varato dal ministero dell'Ambiente). Commenta la ricerca Ipsos. "La presenza di loghi e certificazioni rende migliore la percezione di un prodotto e fa aumentare sia la propensione ad acquistarlo sia la disponibilità a pagare un premium price". Civiltà economica e convenienza, appunto. Una buona sintesi. (blog A. Calabrò, vicepresidente di Assolombarda – Huff. Post)