La Regione Emilia-Romagna ne ha fatto un cavallo di battaglia promulgando una legge nell’ottobre 2015 per promuovere riciclo e conversione del rifiuto in risorsa. Se n’è parlato parecchio anche al recente G7 Ambiente ospitato proprio a Bologna, con il ministro Gianluca Galletti (di casa da quelle parti) che ha annunciato il suo impegno in prima linea su questo fronte. Peraltro, lungo la via Emilia da un po’ di tempo a questa parte il tema è ampiamente sdoganato. “Diciamo pure che va di moda parlarne. Noi però possiamo dire che l’economia circolare la facciamo da anni, anzi siamo nati facendo economia circolare”. Chi parla è Carlo Dalmonte, presidente di Caviro, il colosso della cooperazione vitivinicola italiana con sede a Faenza che l’anno scorso ha spento le prime 50 candeline e proprio di recente ha ricevuto la visita dello stesso Galletti.  

OBIETTIVO: COMPLETO RECUPERO DEGLI SCARTI  

Difficile dargli torto: la controllata Caviro Distillerie, nucleo originario di tutta l’attività, rappresenta ancora oggi un asset fondamentale per il gruppo romagnolo che riunisce 13mila viticoltori di 7 regioni d’Italia e nel 2016 ha venduto una cosa come 194 milioni di litri di vino (secondi in Italia),imbottigliando 2 milioni di ettolitri all’anno. “Già mezzo secolo fa – continua Carlo Dalmonte, che è anche presidente di Confcooperative Ravenna – i soci fondatori avevano intuito che dagli scarti della filiera vitivinicola si sarebbero potuti ricavare benefici ambientali ed economici. Gli investimenti tecnologici affrontati in tutti questi anni ci hanno consentito di arrivare ai risultati odierni”. 

In termini di economia circolare, significa che delle 590mila tonnellate che Caviro riceve mediamente ogni anno (30% dalla filiera vitivinicola, 44% da quella agroalimentare e 26% dalla manutenzione del verde pubblico e privato e impianti di trattamento rifiuti),dopo le lavorazioni e i processi produttivi interni ne residuano soltanto 162mila tonnellate tra cui: prodotti nobili per l’industria (44%),fertilizzanti naturali per l’agricoltura (40%) e inerti per l’industria (15%). Insomma, entrano rifiuti ed escono prodotti di valore ed energia da fonti rinnovabili. “Solo l’1% viene destinato alla discarica, ma il nostro obiettivo è di arrivare al completo recupero degli scarti di lavorazione” precisa Dalmonte. Per farlo, lavorano a pieno ritmo nello stabilimento di Faenza su un’area di 35 ettari, 150 persone impegnate nelle attività di distillazione, produzione mosti, alcol ed energia da fonti rinnovabili, insieme ai colleghi del sito di Treviso dove dagli scarti di lavorazione della feccia si ricava l’acido tartarico naturale. 

 “Le nostre cantine conferiscono in distilleria i sottoprodotti – continua il presidente Dalmonte -. La distilleria crea prodotti finiti a maggior valore aggiunto: soprattutto alcol e acido tartarico che destiniamo alle industrie alimentari, chimica e farmaceutica. Dagli ulteriori scarti dei processi produttivi ricaviamo energia attraverso la biodigestione e la combustione, garantendo l’autosufficienza totale sia termica che elettrica del sito produttivo di Faenza”. Il cerchio dell’economia circolare si chiude così quando agli stessi agricoltori che hanno conferito il prodotto a Caviro, ritornano i fertilizzanti ricavati dalla lavorazione dei sottoprodotti generati dalla loro stessa uva. 

 AVANTI CON IL BIOMETANO  

Ma Caviro più che a chiudere il cerchio dell’economia circolare, pensa ad allargarlo. Non a caso, entro la fine del 2017 saranno avviati i lavori per un innovativo impianto a biometano nell’attuale sito di Faenza, con un investimento di circa 8 milioni di euro. “Il Ministero dello Sviluppo Economico ha annunciato la pubblicazione del bando entro l’estate – precisa Carlo Dalmonte -. Noi siamo in attesa di partire e, considerando che il nuovo provvedimento si applicherà agli impianti riconvertiti entro il 2022, ci siamo attrezzati per concludere i lavori nel giro di due anni. Questo upgrade del biogas a biometano ci aiuterà a produrre un biocombustibile avanzato purificato e rinnovabile da immettere nella rete per uso autotrazione, partendo sempre dalla lavorazione degli scarti della filiera agroalimentare”. 

La sfida è quella della produzione di biocarburanti avanzati, in grado di alimentare gli stessi mezzi pesanti utilizzati, così da ridurre gli impatti ambientali nei trasporti. I tecnici del gruppo sono al lavoro per progettare gli impianti in grado di purificare il biogas, comprimerlo a 60 atmosfere e portarlo nella rete di trasporto Snam fino alle stazioni di rifornimento. La capacità produttiva al momento è calcolata intorno ai 10 milioni di metri cubi di biometano all’anno. Significherebbe alimentare circa 1.000 veicoli a metano. (F. Brizzo - La St.)

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