Quest'inverno già diverse stragi di alberi causate dal forte vento, nelle aree montane come nei centri abitati. "Quando il vento supera i 150 Km/h non si può fare più niente", spiega all'Agi l'ecologo Vacchiano. "Ma dobbiamo proteggere le radici, per esempio evitando di finirci sopra con le auto"

Il maltempo che ha colpito e continuerà a colpire l’Italia in questo inverno appena cominciato ha provocato una strage abbastanza vistosa, quella degli alberi. I venti hanno toccato velocità record (con apici ad alta quota di 200 Km/h) e sono innumerevoli, da Nord a Sud, gli alberi che sia in montagna che in città, sono caduti o sono stati abbattuti, circa 14 milioni. Non è soltanto colpa di amministrazioni distratte, non è tanto responsabilità di manutenzioni facilone, semmai dovremmo puntare il dito contro le temperature record raggiunte dalle acque del Mediterraneo, ma è soltanto un’ipotesi. La verità è che quando il vento tira a certe velocità, con tale violenza, è impossibile per un albero restare in piedi.

A parlare è Giorgio Vacchiano, ricercatore dell'università Statale di Milano e inserito da Nature come uno degli 11 più promettenti ricercatori al mondo. Lo abbiamo sentito per capire in che modo possiamo, se non fermare, perlomeno arrivare preparati a certi fenomeni atmosferici. Anche perché, come già detto, in certi casi possiamo fare ben poco.

Spiega all'Agi: "In questa precisa circostanza ormai si pone il problema di cosa fare nelle aree danneggiate, non ci sarà una soluzione universale per tutte le località, in alcuni punti si potrà cercare di rimuovere il materiale legnoso, almeno per recuperare una parte del valore del legno, per non lasciare i proprietari senza una fonte di reddito per molto tempo. Molto spesso questi boschi sono o di piccoli proprietari o di comuni i quali bilanci comunque beneficiano spesso delle vendite periodiche del legno. Ieri è stato presentato un emendamento alla legge finanziaria che prevede che ai proprietari sia riconosciuto una specie di contributo o indennizzo. Mi sembra una buona forma per sostenere il reddito in queste aree montane. L’altra esigenza è quella di mettere in sicurezza eventuali versanti che ora si trovano a rischio idrogeologico, per esempio lì dove i tronchi proteggevano dal distacco delle valanghe o dal rotolamento dei massi, ora non lo possono più fare".

Questo per quanto riguarda la montagna. E in città?

"Per la città è tutto un discorso differente. Il punto è cercare di dare maggior stabilità possibile agli alberi che abbiamo, in modo che quando questi eventi si verificheranno di nuovo, e purtroppo si verificheranno di nuovo, a causa anche del cambiamento climatico, gli alberi possano tentare di restare in piedi. La prima cosa da dire è che con queste ultime raffiche ben poco si poteva fare, quando il vento supera i 150 Km/h non si può fare più niente, sotto invece ci sono degli accorgimenti, il primo dei quali è conservare il più possibile le radici di questi alberi, che fanno da ancoraggio. Quindi adottare tutte le strategie possibili in città per evitare di fare danni alle radici. Evitare che le macchine ci parcheggino sopra, evitare che quando si fanno lavori alle infrastrutture, alle fogne, gli scavi le danneggino".

Il 6 dicembre a Roma si svolgerà “Isola della sostenibilità”, un progetto in cui Enti di ricerca e Aziende virtuose cooperano con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo sostenibile tra le nuove generazioni. A questo proposito lei, che è tra i relatori più attesi.

"È molto importante per il rischio idrogeologico, e durante le ultime tempeste si sono manifestate delle emergenze, penso anche a quello che è successo in Sicilia, per esempio, oppure a un altro rischio di cui oggi non parliamo ma di cui parlavamo poco tempo fa, e di cui temo parleremo la prossima estate nuovamente, che sono gli incendi boschivi. Ad esempio, quello che sta succedendo in California, portato su una scala molto più grande di quello che potrebbe accadere da noi, però mostra alcune criticità in comune e cioè la presenza di strutture particolarmente vulnerabili perché a stretto contatto con i boschi, con le foreste. A tutti piace avere una seconda casa vicino al bosco, penso al litorale toscano o laziale o alcune isole del Tirreno, immerse nelle pinete, un ambiente bellissimo, ma che se non gestito correttamente può aumentare i pericoli d’incendio".

Quindi cosa vuol dire essere consapevoli e saper leggere il territorio?

"Sapere, per esempio, che se affitti una casa o se costruisci qualcosa in una zona a rischio, magari idealmente non dovrebbe esserci bisogno di una legge che ti dice “non bisogna costruire lì” ma una campagna di educazione all’informazione, a mio parere, dovrebbe mirare a educare tutti, a partire dalle scuole, a dire quali sono i rischi naturali che un territorio offre. A noi che stiamo in città, forse, questa capacità di analisi è venuta un po' meno, perché non siamo abituati a vivere nella natura, non siamo abituati a capire dove potrebbe passare un incendio o quale torrente potrebbe originare una piena molto grande quando lo vediamo di colore secco. Ecco, quell’anno su cinquanta che il torrente va in piena crea danni, per cui una diffusione della cultura dell’ambiente e delle dinamiche della natura potrebbe forse fare una parte nel prevenire i danni alle strutture, prevenire il fatto che le persone frequentino posti pericolosi".(G.Fazio - Agi)