Nel mondo, tutti vogliono bere Prosecco. La crescita della produzione, triplicata tra il 2011 e il 2016 nell'area Doc, ha però un prezzo ecologico non irrilevante. Il Veneto, non a caso, è la regione italiana con i livelli più alti di consumo dei pesticidi: quasi 12 kg per ettaro, contro la media italiana di 5 kg. Una cifra enorme che di certo non piace all'Unesco, alle prese con la candidatura delle colline di Conegliano e Valdobbiadene a patrimonio dell'umanità: “Il successo dei vini Prosecco ha incoraggiato un'intensificazione dell'uso agricolo della terra, che può anche minacciare il paesaggio”, ha messo nero su bianco nel suo parere negativo l'organo tecnico Icomos.  

  

CALICI DI PESTICIDI  

Qui, ai primi posti nelle vendite “ci sono pesticidi che sono interferenti endocrini, teratogeni, cancerogeni e tutti dannosi all’ambiente”, spiega Gianluigi Salvador della rete d'azione internazionale contro i pesticidi (Pan). Un'indagine di Greenpeace condotta a livello internazionale analizzando i residui di queste sostanze nel polline delle api ha trovato la più ampia gamma di ingredienti attivi proprio nei campioni italiani prelevati vicino ai vigneti. In testa le zone degli spumanti: in provincia di Asti, dove il cocktail conteneva ben 17 sostanze diverse tra fungicidi e insetticidi, e il trevigiano, in piena zona Prosecco, dove un solo campione di polline racchiudeva 12 principi attivi differenti. Le analisi risalgono al 2013 ma, “nonostante nel frattempo sia stato approvato il Piano d'azione nazionale per un uso sostenibile dei pesticidi, nulla è cambiato”, spiega la responsabile Agricoltura di Greenpeace Federica Ferrario. “Il Piano fa acqua da tutte le parti, mentre le coltivazioni intensive sono ormai diventate dei deserti dal punto di vista ecologico. Un altro esempio eclatante è la Val di Non”.  

  

MELE AI NEONICOTINOIDI  

Nella vallata trentina si produce il 15% delle mele italiane, usando oltre 9 kg di prodotti chimici per ettaro. Un'altra indagine internazionale di Greenpeace sulla produzione di mele, focalizzatasi nel nostro Paese proprio su Val di Non e Valtellina, ha portato alla luce il triste primato tricolore anche in questo settore: “Il più alto numero di pesticidi nel suolo è stato riscontrato in Italia (18 pesticidi in totale su tre campioni raccolti),seguita dal Belgio (15) e dalla Francia (13). Per quanto riguarda l’acqua, i valori maggiori sono stati registrati in Polonia (13),Slovacchia (12) e, di nuovo, Italia (10)”. Tra i pesticidi trovati nei campioni italiani c'era anche il pericoloso neonicotinoide Imidacloprid, uno dei tre principi attivi di insetticidi di cui l'Unione europea ha vietato l'uso in campo aperto a fine aprile scorso insieme a Clothianidin e Thiamethoxam, perché nocivi per le api. Poche settimane dopo, anche la Corte di giustizia europea si è espressa in merito, respingendo i ricorsi presentati da Bayer e gruppo Syngenta, che producono le sostanze messe al bando, contro le restrizioni già introdotte nel 2013. I giudici hanno richiamato il principio di precauzione, che "fa prevalere le esigenze connesse alla protezione della salute pubblica, della sicurezza e dell’ambiente sugli interessi economici". Un elemento però di cui non si è tenuto conto nel processo di proroga alle autorizzazioni al glifosato, l'erbicida al centro di numerose polemiche e studi sul suo impatto ambientale, il cui uso saràpossibile fino al 2022 così come deciso dagli stati membri. 

  

LA CAPITALE ITALIANA DEL GLIFOSATO  

“Alle criticità legate al principio attivo, la cui pericolosità è stata per anni sottostimata e anche nascosta, va aggiunto l'uso elevato e ripetuto che se ne fa, dovuto anche al costo molto basso. Un utilizzo che in certi casi è anche improprio: il rinvenimento di tracce di glifosato nella birra, infatti, mostra come l'erbicida venga utilizzato anche per facilitare il raccolto di cereali come l'orzo”, dice Stefano Benevenuti, ricercatore della facoltà di Agraria dell'università di Pisa. Proprio in Toscana si trova la capitale italiana del glifosato. A Pistoia, infatti, gli oltre 5mila ettari di vivai che la rendono “città verde d'Europa” hanno anche un lato oscuro: l'uso massiccio dell'erbicida. “Se in agricoltura i trattamenti con il glifosato avvengono una o due volte l'anno, a Pistoia nei vivai si arriva a usarlo con cadenza mensile”, aggiunge Benevenuti. Come se non bastasse, racconta Marco Beneforti del Wwf, “i vivai si trovano in mezzo alle case, lungo i fiumi anche senza rispettare la distanza prevista dalla legge. Le persone che vivono vicino ai vivai, in molti casi creati dopo la costruzione delle abitazioni, corrono il rischio di inalare i pesticidi. Non sono mancati casi di intossicazione, e si sono osservati fenomeni di dilavamento nei fiumi di queste sostanze chimiche”.  

Un rischio individuato anche da Arpa Toscana, che nel suo ultimo rapporto di marzo 2018 sulla contaminazione a Pistoia delinea un quadro preoccupante, parlando di concentrazioni di pesticidi nei corsi d'acqua che superano il limite anche di 20-30 volte. “Il maggior contributo è dovuto a Glifosate e AMPA (il suo metabolita, ndr),oltre a vari erbicidi come Oxadiazon, Oxifluorfen e Pendimethalin. I diserbanti contribuiscono tipicamente al valore dei pesticidi totali per oltre il 90%; ciò nonostante anche alcuni antiparassitari determinano un superamento degli standard di qualità, per singolo principio attivo, in particolare Boscalid, Dimetomorf e Carbendazim tra i fungicidi e Imidacloprid e Tebufenozide tra gli insetticidi”. Di nuovo l'Imidacloprid, il neonicotinoide bandito dall'Europa in campo aperto, ma ancora permesso in serra. Un quadro preoccupante, di fronte al quale gli esperti dell'Agenzia regionale sono netti: servono “energici interventi correttivi delle pratiche agricole, in particolare di quelle vivaistiche”, come la “limitazione dei diserbanti” o la “promozione di pratiche agronomiche che limitano il ruscellamento delle acque contaminate nel retico idraulico”. Nella città toscana, denuncia Beneforti, “la Provincia ora vorrebbe dare la possibilità di ampliare le aree a vivaismo, consentendo di realizzarne di nuovi anche in collina e sanando la situazione di quelli irregolari che si trovano a ridosso dei fiumi”.  

IL PREZZO DA PAGARE  

In questo quadro, però, uno studio epidemiologico sulla salute dei cittadini pistoiesi non è mai stato fatto. I risultati della fase pilota della ricerca condotta dall'istituto bolognese Ramazzini con numerose università europee e americane sugli impatti del glifosato sono però preoccupanti: “Gli erbicidi a base di glifosato, anche a dosi considerate sicure e dopo un periodo relativamente breve di esposizione (equivalente nell’uomo ad un’esposizione dalla vita embrionale fino ai 18 anni), possono alterare alcuni importanti parametri biologici, in particolare relativi allo sviluppo sessuale, alla genotossicità e al microbioma intestinale”, scrivono gli scienziati. Evidenze sufficienti per decidere che dalla fase pilota bisogna passare adesso a uno studio globale e di lungo periodo, destinato a partire non appena si concluderà la campagna di crowdfunding lanciata online.  (V. Ulivieri – La St.)